kotiompleanni 6 aprile

Patrick Hernandez (65).

Cantante francese che nel ’78 conquistò la celebrità con “Born to be alive”. L’enorme successo che ne derivò gli permise di andare avanti a concerti fino al 1998, quando un noto produttore dell’etichetta Virgin infine commentò: “Basta, ora hai rotto il cazzo.” Ventuno anni di carriera davanti a un pubblico con la stessa canzone è un record che rischia di essere superato solo dai comizi di Silvio Berlusconi.

Mario Merola († 2006).

Artista poliedrico che riportò in auge la “sceneggiata”, divenuta elemento insostituibile nel nostro ménage famigliare, Merola fu soprattutto uno dei cantanti tra più venduti in Italia. Soprattutto a Napoli, dove io stesso in un mercatino comprai due suoi dischi: uno con la copertina dei “Toto” e l’altro con quella dei “Beatles”. Recitò anche in numerose pellicole. La più importante fu “Zappatore”, dove espresse al meglio la sua vera vocazione. A lui si ispirarono artisti del calibro di Nino D’Angelo ed Apicella, ma la vera eredità che ci ha lasciato è Gigi D’Alessio. Grazie.

Eugenio Scalfari (90).

Per alcuni politici italiani Presidente della Repubblica dal 1992 al 1999, Scalfari è, in realtà, un giornalista. Grande penna del secolo scorso, nei suoi lavori si trova sempre un gran desiderio di cambiamento. Iniziò la sua carriera scrivendo su “Roma Fascista” fino a diventarne caporedattore nel 1942. Nel 1950 diventa liberale, nel ’52 partecipa alla fondazione del Partito Radicale, dal ’68 al ’72 è deputato socialista; peggio di lui, in fatto di cambiamenti, ha fatto solo Mastella. Fu fondatore de “La Repubblica” e direttore de “L’Espresso”, due cose che stanno bene insieme a colazione, e contribuì con i suoi articoli alla promulgazione dei referendum sul divorzio e sull’aborto, dimostrando che chiunque, nella vita, prima o poi, una l’azzecca.

Maurizio e Giorgio Damilano (57)

Tra i più grandi marciatori italiani di ogni tempo, vinsero l’oro alle olimpiadi di Mosca (Maurizio), il bronzo a Los Angeles a Seul (sempre Maurizio), oro ai mondiali di Roma (ancora Maurizio) e a quelli di Tokio (indovinate chi?). Maurizio Damilano viene paragonato ai più grandi campioni della marcia di tutti i tempi, e c’è ancora chi dice che se nel ’22 a Roma ci fosse stato anche lui, non avrebbe vinto quell’altro. Auguri anche a Giorgio, comunque esempio di costanza, e di quella certa sfiga che hanno coloro che vengono riconosciuti come “Ah. Tu saresti il fratello di…”

Fred Bongusto (79).

Nato a Campobasso, fu per un paio di generazioni la prova che il Molise esiste veramente. Stereotipo del cantante da night, forse il suo più grande successo fu “Una rotonda sul mare”, per gli over 40 uno splendido affresco delle balere che negli anni ’60 e ’70 spopolavano in tutta Italia, per i più giovani un obbrobrio urbanistico che molti lungomare hanno costruito per succhiare un po’ di fondi europei. A me piace pensare che oggi festeggi con una cena, insieme agli amici più intimi, a base di spaghetti, pollo insalatina e una tazzina di caffè. O magari senza caffè, che fa alzare la pressione.

Barry Levinson (72)

Regista di pellicole come “Good Morning Vietnam” e “Sleepers”, vinse l’Oscar per “Rain man”. Il film, che ha commosso il pubblico di mezzo mondo, mette a confronto due grandi attori: Dustin Hoffman e Tom Cruise. Il primo, tra i massimi esponenti del metodo Stanislavskij, e il secondo, portavoce del sistema Scientology: difficile per chiunque stabilire se sia più bravo Dustin o più scarso Tom. L’Oscar di Levinson è meritatissimo, essendo riuscito ad aggiungere alle lacrime, che il pubblico versava in sala per l’intensità del film, anche quelle per la recitazione di Valeria Golino.

Giovanni dalle Bande Nere († 1526).

«Io sono guarito!» esclamò poco primo di morire. O almeno questo riporta Pietro l’Aretino, testimone dei suoi ultimi giorni. Giovanni fu un grande uomo di ventura al servizio del Vaticano. Alla morte di Leone X si fece annerire che le insegne che, certo, fa un po’ fascista, ma va su tutto. Condottiero d’audacia eccezionale, ebbe il coraggio di affrontare i Lanzechenecchi con solo un pugno di uomini; venne ferito durante la battaglia e perse una gamba; per sapere com’è andata a finire rileggere l’incipit. Ricordato come esempio di sfrontatezza di fronte al nemico, venne poi soppiantato nella memoria militaresca da Enrico Toti, anche lui senza una gamba, ma comunque capace di andare in bicicletta e di lanciar stampelle.

Pietro Vierchowod (55).

Fenomenale calciatore, Vierchowod, pur essendo figlio di un soldato ucraino, veniva chiamato “il russo” a causa di una disputa di confini mai completamente chiarita. Difensore roccioso e molto veloce, affrontò i più grandi attaccanti di oltre un ventennio: Bettega, Van Basten, Batistuta, Maradona, Platini, Schevchenko, Zidane, Altobelli, Weah… Tutti hanno un ricordo di lui, che si fa sentire quando cambia il tempo. Di lui rimase famosa per l’originalità la frase quando, al momento di dover passare dal Como alla Sampdoria che si trovava allora in serie B, disse: “Preferisco la A”. Di “Auguri”.

by TeneBrosio

illustrated by Gava


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