Più che l’amor potè il blog

[et_pb_section fullwidth=”on” background_color=”#3d82bf” inner_shadow=”off” parallax=”off”][et_pb_fullwidth_header admin_label=”Fullwidth Header” title=”Più che l’amor potè il blog” background_layout=”light” subhead=”Nicoletta NoTav Lucheroni” /][/et_pb_section][et_pb_section][et_pb_row][et_pb_column type=”4_4″][et_pb_text admin_label=”Post 6″ background_layout=”light” text_orientation=”left”]

Il pifferaio

RE SI RE SI DO SI LA SOL

RE SI RE SI DO SI LA SOL

Bella la musica, bello imparare a suonare uno strumento, bello quando tuo figlio è soddisfatto delle sue ore di musica a scuola. Bello? Ma bello cosa?

Nulla è bello se quello strumento è il flauto. Flauto ovvero strumento di tortura per genitori, vicini, quartiere intero ammorbati da schiere di ragazzetti fischiettanti.

Già l’esperienza per me era stata catastrofica. I miei genitori mi mettevano a suonare sul balcone inimicandosi, così, tutti i vicini che ci guardavano in cagnesco appena si metteva piede fuori di casa.

Credevo di non rivederlo mai più quell’arnese infernale. Invece di gettarlo, mia madre lo conserva come la reliquia di Padre Pio e taaaa taaaaa lo regala a mio figlio. “Professore” dice alla prima lezione “io ho un flauto di antiquariato!”. Peccato, è un bel ragazzino mio figlio, ma non arriverà a compiere 12 anni!

Comunque torna a casa entusiasta: “Mamma, che bello il flauto”.

Eh come no! “Ti faccio sentire”. Ma no, dai, non è necessario. Mi ricordo. Non importa. Mi si brucia la cena. Ho da fare pipì. E’ morto il gatto. C’è l’

eclissi solare. E’ morto Berlusconi… non posso ascoltare!

“Eddai Maaaaaa!” . Non può essere tanto terribile, dai, proviamo.

Osantocielo! Non è terribile, è molto, molto peggio.

Dopo le prime note, uno dei pesci rossi è già girato a pancia in su. La più grande delle due tartarughe sta cercando un morte rapida lanciandosi dalla vasca. Il cane, svegliato si soprassalto fugge impaurito che nemmeno durante capodanno a Napoli avrebbe fatto.

Io resto immobilizzata qualche secondo. Oddiosantissimo, è molto molto peggio di me. Il che è davvero inquietante!

Amorebellodimammatua ascolta: forse dovresti esercitarti. Ma non qui. Perché amorebellodimammatua non vai a suonare all’incrocio qui davanti! Bene in centro eh!

Perché io lo conosco fin troppo bene quel gagno. Non smetterà. Se si fissa con una cosa non smette, non smette mai! E i miei nervi, già provati da anni di berlusconismo, da Renzi premier, da Razzi e Scilipoti, dalla Madia e dalla Boschi, da Vito Crimi, da Salvini e dal ritorno di Chiamparino, non reggeranno a lungo.

Provo a farlo sparire, a farmi fare un certificato medico che attesti che non può suonare il flauto a deviare mio figlio su altri interessi ma nulla. Solo il flauto. Finiti i compiti, mai abbastanza in questo caso, si parte col fauto!

E poi mi dicono che fingo anzianità e sordità! Ma vorrei vedere voi!

(Nicoletta Lucheroni)

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Mamma al volante.

Il meglio di me viene sicuramente fuori al volante. Polletto, ormai cresciuto, seduto a fianco, ben imbrigliato nelle cinture, e via.

Adoro guidare e odio gli uomini seduti accanto. Tollero il polletto, che non si lancia in consigli inutili e ho tollerato l’istruttore di scuola guida, per ovvi motivi. Per i restanti appartenenti al genere maschile, il mio astio è proverbiale: frena, gira, guarda, il semaforo è rosso! Non sono cieca e non sono inabile, quindi taci e spippola lo smartphone.

Mal tollero, pure, le donne munite di patente ma che guidano come se avessero una pistola alla tempia. Ci sono poi quelle donne, le mie vittime preferite, che sono diventate inabili alla guida con la maternità. Allora, vi spiego: la maternità non influisce con la guida. Il figlio, posizionato sull’apposito seggiolino, non interferisce con le manovre, i sorpassi o i parcheggi.

Quando il polletto era piccolo, l’ho portato al mare diverse volte, a me pare normale. Valige, pieno di benzina, seggiolino, biberon e via. Quando lo dico, molte madri mi guardano come se arrivassi da Marte.

–     Hai fatto 500 km da sola col bambino in auto?

Ogià! E cosa cambia? L’auto si guida uguale, in città come in autostrada, in montagna come al mare, sole e con figli allegati. L’auto non va da sola, care madri. Se non schiaccio l’accelleratore non accelera, non prende velocità in discesa, non esce dal parcheggio da sola.

–     Eh ma io ho paura dei TIR!

I TIR? Saranno i TIR che hanno paura di te! Cavolo, mandiamo avanti famiglie, lavori, pannolini, pappe, suocere, mariti inutili, capi ufficio spaccamarroni e non riusciamo a guidare?

Ma poi vi vedo, care, con i vostri SUV davanti alla scuola. Ma se provo a chiedere: “Andiamo al mare domenica? Possiamo usare la tua, è più grande!”

Apriti cielo! “Sì, però guidi tu. Io non guido in autostrada e non so parcheggiarlo, questo macchinone. E ho paura del Telepass!”. Allora mi cadono le palle: ma come? Ma cosa te lo compri a fare?

No, no. Qui c’è qualcosa che non va. Voi vi siete fatte influenzare da padri, fratelli, fidanzati e mariti ai quali avete permesso di metter becco nella vostra guida. L’uomo seduto accanto a me, fin dalle prime uscite, ha subìto insulti e gestacci, tanto da ridurlo in un rassegnato silenzio per tutto il tempo del viaggio. L’uomo seduto accanto a me, riesce persino a rilassarsi, dormire, spippolare lo smartphone.

Una volta ridotto al silenzio l’uomo accanto a voi (l’avvento dello smartphone non è da sottovalutare), potete tranquillamente concentrarvi su pedali, cambio, specchietti e frecce. Piano piano, acquisirete sicurezza e farete come me.

Potrete far fare merenda al figlio, in  auto. Controllare i compiti, interrogarlo mentre sorpassate il camion dei rifiuti o zigzagate i pedoni vicino al mercato. Potrete insultare il politico di turno ascoltando una sua intervista alla radio, litigare con vostra madre al telefono (con auricolare naturalmete), sistemarvi il trucco, decidere la cena, organizzarvi per svuotare il prossimo negozio ai saldi.

E il tutto lo potrete fare pure parcheggiando perfettamente la vostra auto.

Sarete libere e indipendenti. Vi sentirete forti e adulte. E i vostri polletti vi guarderanno con ammirazione e non stresseranno le loro compagne con: frena, gira, attenta al semaforo, piano, accelera.

Mamma,  fai anche tu una buona azione per le future generazioni di donne, impara a guidare!

(Nicoletta Lucheroni.)

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Mamma e i papà.

Dalla mia panchina ai giadinetti, protetta da occhiali da sole e libro, mentre il polletto corre felice, posso anche mettermi ad osservare un’altra specie, più rara ma non meno interessante: i papà.

Sono rari, in effetti. Ma davvero molto molto divertenti. Anche qui li ho divisi in gruppi, anche se spesso sono solitari.

Il primo gruppo è quello dei  “Patrick Swayze”.  No, no, non agitatevi, non quelli belli come lui. I fantasmi. I papà fantasma. Arrivano in auto, con l’auricolare inforcato. Scendo, aprono la portiera e fanno scendere il piccolo, che fugge lontano. Si mettono nella prima panchina che trovano e non distolgono mai lo sguardo. Macché ,  non dal figlio, ma dallo smarthphone o dal tablet. Il figlio non sanno manco dove sia finito.

Se atterrasse una astronave aliena e glielo rapissero, non se ne accorgerebbe nemmeno. Forse il dubbio di aver scordato qualcosa, lo sfiorerebbe a casa, mentre la moglie cerca di ucciderlo.

Il secondo gruppo sono i papà  “Declaton”. Ah, non capite? Quelli con la tutta e le scarpe da ginnastica. Vestiti da tempo libero, da sportivi. E di solito hanno una panza non indifferente. Questi sono meno solitari. Si raggruppano e parlano di calcio. Solitamente sono juventini. Lanciano occhiate frettolose ai figli, un paio di urli ogni tanto e si rituffano nelle discussioni calcistiche.

L’ultimo gruppo sono i “Banderas”. Quelli del mulino bianco. Perfetti, impeccabili. Arrivano dall’ufficio e prendono i figli per portarli ai giardinetti. Sono ben vestiti e attenti. Sorridenti e gentili. Non urlano e sorridono sempre. Suscitando in me profonda invidia.

E’ ora, richiamo il polletto, una decina di volte, prima che si ricordi della vecchia madre e di avere una casa. Ci avviamo verso casa. Lancio una ultima occhiata a quei padri, anche loro fanno come possono, come sanno.

“Mamma, cosa guardi?”. “Banderas, amore, Banderas!

(Nicoletta Lucheroni)

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Mamma e le altre.

Stiamo uscendo, purtroppo, dal meraviglioso periodo dei pomeriggi ai giardinetti. Adoro i pomeriggi ai giardinetti. Metto un succo di frutta e una merendina nella borsa e via. Sporcarsi, stancarsi e poi lavarsi, cenare  e andare a letto. Abbiamo passato tanti di quei pomeriggi ai giardinetti che sicuramente andrò in astinenza. Sì perché il polletto si diverte ma pure io. No, non gioco con lui, faccio qualcosa di molto più divertente. Osservo le altre madri, con occhio critico, molto critico.

Scelgo la mia panchina. Deve essere alla giusta distanza da tutti i gruppi che mi appresto ad osservare. Mi sento un po’ come Alberto Angela in Quark: scruto la fauna locale. Mi sistemo, inforco gli occhiali, mi nascondo dietro il libro che, oltre a permettermi di ficcare il naso senza farmi notare, mi protegge dai fastidiosi attacchi di nonne sferruzzanti che vogliono chiacchierare. Perché, stranamente, io piaccio molto alle nonne!

Il primo gruppo. Le mamme prefette, e le nonne tipo mia madre. Le più vicine ai giochi, quelle che parlano guardando fissi i loro cuccioli, non li perdona mai di vista, nemmeno il tempo di fare il giro dello scivolo.  Le appartenenti a questo primo gruppo sono superorganizzate: hanno borse enormi, piene di qualsisi cosa si possa immaginare, dal siero antivipera al vaccino antinfluenzale, dalle salviette alla più sana e biologica delle merende. Prima di consumare la biomerenda , i figli vengono opportunamente sterilizzati, legati alle panchine, ingozzati di biomerenda e dopo ulteriore sterilizzazione, rispediti al gioco. Il tutto senza perdere la calma e l’organizzazione. Solitamente sono vestite in maniera comoda, adatta ai giardini, capelli corti o legati. Prefette. Mamme perfette.

Intanto,  io lancio la merendina industriale al mio polletto mentre passa sporco e sudato davanti a me. Al ritorno dalla corsa gli lancerò il succo di frutta.

Mi concentro sul secondo gruppo: le mamme Lady Gaga. Ah queste le adoro. Mi sono proprio simpatiche.

Arrivano ai giardinetti come delle creature totalmente fuori posto, dei pesci fuor d’acqua.  Tacchi altissimi, zeppe e stivaloni incredibili, miniminiminigonne, leggins leopardati. Sugli occhi colori sgargianti: fucsia, azzurro, verde brillante e rosseti spaziali. Mi piace vederle mentre affondano nel prato con i loro tacchi spettacolari. Parlano di cose che ignoro, ma mi fanno ridere. Mi sono simpatici i loro bambini. Hanno ciuffi e creste e codini. Si chiamano Jennifer, Sciantal, Sciaron, Maicol, Braian.

Mi sono fatta una cultua anche oggi. Richiamo il polletto sudato. Ci allontaniamo verso casa. Mi volto a guardare le mie “colleghe”, sorrido, infondo cerchiamo tutte di fare del nostro meglio.

“Mamma, tu non sei come le altre mamme”. Amore, non lo sono, nessuna lo è.

(Nicoletta Lucheroni)

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Il tempo delle mandorle.

A dodici anni si comincia a sentire una certa attrazione per l’altra metà del cielo.

Il mio pre-adolescente non è da meno. Si sta preparando a diventare un vero uomo.

Lo noto da tante piccole cose. Comincia a volersi vestire in un certo modo, a farsi il ciuffo ai capelli a cercare la compagnia delle “femmine”. E comicia con quelle domande che ogni madre teme.

Fino a poco tempo fa fuggiva se vedeva due baciarsi in tv o parlare d’amore.

Invece ora è lì, tutto attento. Pronto a imparare ogni parola, ogni gesto.

E a nulla servono i miei tentativi di spiegargli che l’amore non è quello che si vede in tv. Cerco di illustrarglielo nel migliore dei modi, senza illuderlo ma lasciando pur sempre quel velo di romanticismo che le matrocole dovrebbero avere.

Lui mi guarda, attraverso gli occhiali che ben presto vorrà levare perché “non fanno figo”, e sembra dirmi: “Non ci credi nemmeno tu, vero?”. No, amore, mamma ci crede. Ehm.

E niente, non mi ascolta. Si sceglie le magliette e si inciuffa i capelli e rifiuta il berretto che ammoscia l’acconciatura.

Mi rendo conto che ormai è pronto per entrare nella tanto bramata categoria “uomini” quando mi viene incontro e mi dice “Mamma, sei bellissima”.

Oddio! Che accade? “Mamma, i tuoi silenzi mi dicono più di mille parole”.

Corbezzoli! “Mamma, sai di mandorle!” … Amore, ma tu le mandorle nemmeno le hai mai assaggiate, cosa dici? “Che giornata bellissima. Proprio come te, mamma”.

Ecco, ci siamo. Tra poco tempo sarà pronto per le frasi da macho che noi donzelle meglio conosciamo “Non sei tu, sono io”, “Ho bisogno di una pausa”, “Ti lascio perché ti amo troppo e mi spaventa questa cosa”, “Non ti merito, tu meriti di più!”.

E già, sta proprio diventando un vero uomo.

(Nicoletta Lucheroni)

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I miei gobby.

Avere un figlio pre-adolescente ti cambia la vita.

Bisogna pesare le parole. Ad un pre-adolescente non sfugge nulla. Ti guarda come se potesse leggerti dentro ed occorre stare attenti ai doppi sensi. Bisogna essere politicamente corretti.

Ah, io sono bravissima. Il politicamente corretto è il mio pane. Mi ci nutro. Quando mio figlio mi chiede spiegazioni su ciò che accade o ciò che sente in tv, io mi prodigo per sfoderare il mio miglior politicamente corretto.

Il giorno di Natale, per esempio, in casa mia, tanto per cambiare, si discorre amabilmente di politica. E mia madre, scherzando, dice: “…tanto vale che alle prossime elezioni si voti tutti Berlusconi!”. Ed ecco che il pre-adolescente, avendo sicuramente frainteso le mie parole sempre sobrie, salta sulla sedia ed invece della poesia a Gesù bambino, si lancia in una delicata descrizione del suddetto politico, descrizione dettagliata e colorita come solo un dodicenne sa fare. Logicamente ho recitato la parte della madre scandalizzata.

E cosa dire, cosa può dire una madre come me, se il figlio torna a casa con una nota? Un’unica nota. Perché il polletto è piuttosto bravo ed educato. E quindi non mi spiego questa nota: “Michele interrompe la lezione per fare battute inopportune”. Ma come battute? Inopportune poi!

Allora sono io che non vado bene. Devo stare attenta. Devo stare più attenta a ciò che dico al polletto.

Ecco, proprio oggi, all’uscita da scuola mi ritrovo davanti il polletto col broncio. Faccio un bel respiro, mi preparo a sfoderare la mia calma e la mia obiettività. Che è successo, amore bello di mamma?

– Mamma, abbiamo giocato a pallavolo. Non mi sono mica divertito.

– Perchè?

– Perchè quelli sono… come si chiamano quelli che vogliono vincere sempre, anche barando? Come si chiamano?

– Juventini, amore, si chiamano juventini.

(Nicoletta Lucheroni)

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